I precursori della lastra vitrea
Per chiudere gli antichi serramenti “senza vetri”, si disponeva di tre sistemi:
a) stuoie da avvolgere o appendere;
b) grate di materiali diversi;
c) una materia naturalmente o artificialmente traslucida.
Sorvoleremo gli “avvolgibili” e i “tendaggi”, che ben conosciamo dalla prassi odierna, per accennare anzitutto alle “grate”.
Potevano essere di legno, di pietra (marmo o gesso), di terra battuta o di cotto, qualche volta - come più sovente al giorno d’oggi - di metallo.
Delle grate antiche fu rilevato che, nei Paesi meridionali, erano ben sfruttate riuscendo a infrangere la forza dell’uragano o della pioggia di stravento, mentre, risalendo al Nord, la grata non bastava più che in minima parte ed era goduta preferibilmente nelle pareti non direttamente esposte; nei Paesi settentrionali furono fatti, per l’appunto, i primi tentativi di riempire i vani.
Le grate arcaiche, di argilla e di pietra, ebbero un importante seguito nell’arte costruttiva romano-orientale e islamica. Nelle chiese di Bisanzio, come in quelle di Roma antica, la grata suggerì agli architetti quella notevole “combinazione” col vetro che consiste nel riempire i piccoli trafori della lastra di pietra con lamine traslucide di alabastro o di marmo ceruleo e, non di rado, con autentici e
preziosi vetri colorati o dipinti.
Grate del genere, guarnite, si ammirano nell’ambito della Chiesa greca. Cupole, nelle quali vasi di vetro incastonati nella muratura, ricordano con sorprendente analogia il vetrocemento, si possono contemplare nelle antiche terme del Bosforo; e così anche nel Nord, finestroni a ruota, attribuiti all’arte romanica e gotica, fanno immantinente pensare
alle grate di cui si diceva, nelle quali le inserzioni vitree funzionano da accessorio decorativo, assegnando ai manufatti una preziosità di opera d’arte. Per l’antichità e per l’alto Medioevo, che già conosceva il vetro colorato opaco, il marmo e l’alabastro, suddivisi in lamine sottilissime e levigate, erano stimati quanto e più del vetro; e in realtà costavano di più. Sarebbe pertanto, oggi, difficile dire se venivano usati come succedanei, come materiali di per sé decorosissimi e di grande pregio.
Altro precursore della lastra di vetro fu la Mica, noto silicato di alluminio e di potassio e, perciò, lontana parente del vetro sintetico.
Nelle Sacre Scritture, il materiale ricorre spesso col nome di “lapis specularis”, ma non sempre si è sicuri che si tratti realmente di mica oppure di spato di gesso, varietà cristallina imparentata coll’alabastro.
Nonostante la scarsa resistenza opposta all’acqua piovana, il “lapis specularis” era utilizzato nelle finestre come succedaneo del vetro ancora nel XIX secolo. L’uomo ha sempre ricercato e apprezzato le materie traslucide. Dove la natura non gli offriva un succedaneo minerale del vetro - che si trova ben di rado in volumi abbastanza grandi per le necessità dell’impiego nei serramenti -, egli indirizzava la ricerca nel campo animale.
Il pescatore e l’abitante litoraneo utilizza-no la vescica del pesce e ancora al giorno 353 d’oggi l’allevatore di bestiame della Stirian continua a guarnire le finestre della stalla con la membrana estratta dallo stomaco delle vacche e dei vitelli.
Anche il corno venne adoperato nell’antichità non soltanto come lamina da lanterna, ma anche come lastrina per finestra (indubbiamente con piccole dimensioni). Le pelli di vitello, pecora e capra, accanto a quelle d’asino, servono egregiamente durante tutto il Medioevo quale foglio per scrivere, sotto il familiare nome di “pergamena”; tale materia era molto apprezzata anche come lamina per guarnire serramenti, solo che non doveva essere conciata con della calce, che la rendeva opaca, ma lasciata intenerire in una soluzione di gomma, bianco d’uovo e miele e poi tesa, mentre era ancora umida, in un telaio dove veniva lasciata essiccare e, per ultimo, veniva coperta di vernice trasparente (da una ricetta del Krunitz, “Enciclopedia Economica”, XVIII sec.).
Con procedimenti analoghi, pure la tela di lino e la carta venivano trasformate inm specie di pergamena adatte all’impiego nei serramenti.
Ma nessuna di queste materie accessorie o succedanee sapeva rivaleggiare col vetro in traslucidità, e ancor meno in trasparenza. E’ bensì vero che il vetro per finestre del sec. XVIII era tutt’altra cosa dell’accuratissimo vetro di una vetreria moderna; non mai del tutto decolorato né totalmente piano, normalmente verdognolo o torbido (nerastro), esso conteneva delle gibbosità, bollicine e inclusioni plurime di varie impurità. Solo le qualità di vetro pregiate erano, in parte, mondate dei difetti più grossolani. Tutto sommato, v’erano chiari e onesti motivi per non sentirsi invogliati ad applicare il vetro “delle foreste” (le fornaci da vetro sorgevano, generalmente, nel cuore delle foreste, in prossimità della fonte prima di combustibile, il legno, e di altri ingredienti come le felci ecc.), anzi che la tela o la carta “pergamenate”.
Un motivo principale, certamente, era l’alto prezzo quotato dal vetro - e nei primi tempi anche la sua rarità sul mercato - mentre, detti succedanei, ognuno se li poteva preparare da sé e con una spesa modesta. Tuttavia, lo scarto di prezzi del vetro e dei succedanei continuava a diminuire e, pur mantenendosi il vetro su livelli di spesa più elevati di quelli dei materiali surrogati, esso avanzava sistematicamente, rendendosi indispensabile complemento di ogni attività tecnica e scientifica, dell’edilizia e dell’artigianato.
Per la verità, come tutte le innovazioni a carattere rivoluzionario, il vetro ebbe la sua parte di ostruzionismi e d’incomprensione.
Solo così si spiega che, mentre già nella prima metà del XV sec. a Vienna la maggioranza delle case aveva finestre con vetri, d’altra parte, grosse e ricche amministrazioni dell’Europa centrale acquistavano ancora alla fine del XV sec. grosse partite di tele, carte e pergamene per le finestre dei palazzi pubblici (ne ricordiamo la sola Zurigo che, appena nel 1504, decise finalmente di sopprimere le finestre di tela del Municipio).
L’obiezione che il vetro fosse ancora un materiale raro non regge: nel XV sec. fornaci per vetro si trovavano un po’ dappertutto e il commercio delle lastre era più che mai fiorente e diffuso.
Il periodo romano
Mentre aveva inizio la loro vigorosa espansione verso il Nord, i Romani cominciarono a usare lastre di vetro delle finestre. Naturalmente, la conquista dei Paesi transalpini si sarebbe verificata, prima o dopo, anche senza il loro contributo; ma non si esagera pensando che l’acclimazione del conquistatore, popolo mediterraneo, nelle gelide plaghe abitate dai Germani, Galli e Britanni sia stata grandemente agevolata dall’invenzione della finestra resa stagna mercé vetratura.
I Romani erano soliti, come gli Inglesi d’oggi, rimorchiare dappertutto il “comfort” di casa. Fra le comodità che essi più amavano e reputavano indispensabili erano, in primo luogo, i famosi bagni caldi (thermae) e, correlativamente, il riscaldamento dei pavimenti e delle pareti (hypocaustum); ma queste due tecniche, trasferite al Nord delle Alpi, non si potevano “convenientemente” realizzare senza una cinta coibente del luogo di cura. Ora, le finestre erano termini insostituibili di tale cinta.
Abbiamo detto “convenientemente” e, difatti, le prime costruzioni del genere sul suolo germanico, specie quelle sorte nei possedimenti meno dotati, furono totalmente scure o si dovettero accontentare di succedanei del vetro. Ma si trattò, comunque, di casi sporadici e provvisori - giacché tosto il vetro fece la sua comparsa, quel vetro che i conquistatori conoscevano e usavano nelle finestre della loro patria sinn dai primordi della Cristianità.
L’austero Lucius Annaeus Seneca (4 a.C.- 65 d.C.) si lagnava della gioventù dei suoi tempi che passava la vita tra le mollezze... (sappiamo che egli alludeva alle “thermae”, nelle quali si godevano i primi serramenti vetrati e si potevano ammirare preziosi pannelli dipinti su vetro).
In vero, la più antica finestra di vetro, che la storia abbia registrato, appartiene alle “thermae” di Pompei: è un piccolo oblò di bronzo, girevole attorno a un asse orizzontale sospeso a due perni.
Il disco di vetro ha uno spessore di circa 13 cm (Cfr. August Mau: “Pompej in Leben und Kunst”, Lipsia, 1900) e dispensava una luce tenue; la costruzione si ritiene fatta circa 60 anni a.C., ma la vetratura sembrerebbe posteriore. Nelle “thermae” pompeiane, appena ultimate in rustico quando si verificò l’eruzione vulcanica del 79 d.C., erano previste per tutti gli ambienti principali finestre grandissime (di 2x2 m), il che darebbe per certa la loro compartimentazione con un minimo di quattro lotti. Anche le magnifiche aperture delle ville di quella che fu la più elegante colonia greca-romana non erano concepibili senza vetri. Purtroppo, nessuna traccia in luogo può essere raccolta, ma nei musei locali si vedono campioni ben conservati di lastre che sicuramente appartenevano ai cantieri pompeiani immediatamente anteriori al cataclisma. Il vetro appare discretamente buono, ma la maggiore delle lastre misura appena 33x54 cm.
Nelle borgate agricole di Pompei, le finestre guarnite di vetri non erano numerose e, il più delle volte, consistevano di piccoli “dischi” di vetro senza telaio, semplicemente murati col bordo. Ma nelle città importanti, e specie a Roma e nelle sfarzose ville patrizie della zona laziale, già allora si davano numerosi esempi di ampie aperture chiuse con lastre di vetro. Si ricorda, in proposito, la sentenza di Cicerone: “Deve considerarsi molto povero colui i cui appartamenti non sono decorati di vetro”. Egli visse nella seconda metà del primo secolo e, come si rileva da queste lapidarie regole mondane, il prestigio del vetro nella società romana dell’epoca era davvero sorprendente.
Confessiamo che le nostre cognizioni circa la vita romana dei primi tempi imperiali sono state comodamente attinte a quella stupenda “opera omnia” che si chiama “Naturalis Historia”, in 37 libri. Nel libro 36° l’autore, Gaius Plinius Secundus (Plinio il Vecchio visse negli anni 23-79 d.C. e fu, come è risaputo, vittima di un’esplorazione del Vesuvio durante l’eruzione del 79 d.C.) racconta quella graziosa ma inverosimile storiella sull’invenzione del vetro. L’opera è, però, ricca di notizie di tutta la fiducia sullo sviluppo progressivo dell’arte del vetro nella Roma degli imperatori e, in particolare, riferisce circa la forzatura ortaggera ai tempi di Tiberio (42 a.C.-37 d.C.) che già allora era fatta in cassoni coperti con lastre di vetro.
Sotto Nerone (37-68 d.C.), fu costruito il primo laboratorio vetrario romano - e, pare, molto bene attrezzato -, mentre già nell’anno 220 le fornaci erano tanto numerose da rendere mefitica l’aria dell’Urbe, obbligando l’amministrazione di assegnare ai vetrai, per i loro impianti, uno speciale settore del territorio periurbano.
Con un accenno alle case di Ostia, arricchite di molto e spaziose finestre, abbandoniamo la terra d’origine delle lastre vitree e volgiamo lo sguardo ai Paesi Nordeuropei.
A partire dal II secolo, officine vetrarie Romane sono segnalate in Gallia e sul Reno.
Una maggiore importanza ebbero le officine di Colonia, le quali svolsero anche un rilevante commercio estero. Intorno al 1880 furono trovate, infatti, in un cantiere di quelle città, grandi masse vetrose di fusione grezza in blocchi di oltre 50 kg. Scoperte analoghe vennero alla luce anche nel Meridione.
Nel museo di Saalburg, è esposta una lastra di finestra già appartenente a una villa di Caracalla.
Essa è del tutto trasparente, ha un colore verdognolo, dimensioni di 30x60 cm con gli angoli arrotondati, in mezzo è spessa circa 3 mm e i suoi bordi circa 5 mm.
Questa forma e la superficie grezza illustrano attendibilmente il metodo di fabbricazione.
La massa di fusione molto vischiosa veniva colata su un fondo liscio (forse di metallo o di pietra e, in ogni caso, cosparso di sabbia) e possibilmente distesa in piano.
Di un’altra lastra quasi limpida e soltanto leggermente tinta di un verde chiaro, trovata a Bandorf-Oberwinter s. Reno, fu assottigliato alla mola lo spessore bordo.
L’archeologo Kisa dà notizia degli avanzi di un “mastice” rossiccio su una lastra romana trovata a Carnac (Bretagna) e dei resti di una “legatura di piombo” su un coccio del Museo di Treviri.
Con la messa in luce, intorno al 1900, di una autentica officina vetraria sul territorio su cui sorgeva una borgata romano-britannica, a Wilderspool (Liverpool), furono trovati quattro forni fusori e fu possibile accertare il sopra accennato procedimento per colata e ricottura.
Molto di più e con assoluta certezza non è possibile dire del vetro da finestra, nelle province romane.
Le sfarzose costruzioni imperiali di Treviri e le ville romane della Mosella, realizzate con larghezza esuberante di mezzi, possedevano con tutta certezza delle ampie aperture di finestra; tecnicamente parlando, esse rappresentavano la sede naturale di lastre vitree che, del resto, sotto forma di frammenti di vetro da finestra, nelle terme di Treviri e altrove, confermavano senza possibilità di equivoco il grande impulso dato dai Romani alla corrispondente industria nell’ambito della “provincia” germanica.